"C'è, nell'ombra della mia camera, un vecchio orologio che da molti anni è fermo e segna le sette. Tutti gli altri orologi della casa e della città battono e suonano, camminano e vivono e il vecchio orologio della mia camera, col suo bianco quadrante in mezzo alla cassa nera, resta calmo e immobile - fedele a quell'ora che ultimo segnò. Ma ogni dodici ore c'è un momento in cui il povero orologio di camera mia sembra ridestarsi e vivere cogli altri, in armonia col mondo che lo contiene. Quando tutti i quadranti segnano le sette ed i tocchi striduli o argentini degli orologi a pendolo si odono sette volte e i cuculi di provincia vengono fuori a ripetere sette volte il loro malinconico grido di bestie manufatte e prigioniere, allora anche il mio vecchio orologio finge di partecipare gravemente alla solenne vita del tempo. Due volte ogni giorno, in due fulminei momenti ogni giorno, quella macchina morta fa parte della vita, quell'antica immobilità sembra rientrare nel moto. [...]
Io so che tu aspetti paziente, o vecchio orologio della mia camera, e che non brami altro momento di vita e di armonia al di fuori delle sette. [...] E dopo che sarà tornato il silenzio tu continuerai a segnare calmo e fedele la stessa ora, per l'eternità, mentre le altre lancette capricciose seguiteranno i loro inutili giri."
Giovanni Papini (1881-1956), L'Orologio fermo alle Sette,
da Il pilota cieco (1907)
da Il pilota cieco (1907)
o - O - o
Desidera il mutamento. T'entusiasmi la fiamma dove
a te si sottrae ciò che esibisce metamorfosi;
lo spirito progettante, che governa la terra, nello slancio
della figura, niente ama più del punto di svolta.
Ciò che si chiude nel restare è già irrigidito;
che s'immagini al sicuro, protetto da umile grigiore?
Aspetta, una forza più dura minaccia da lontano la durezza.
Ahimé: un martello assente si leva per colpire.
Chi si riversa come fonte, Conoscenza lo conosce;
e in estasi lo guida lungo la serena creazione,
che spesso termina con l'inizio e inizia con la fine.
Ogni spazio felice è figlio o discende dalla separazione,
e stupiti lo attraversano. E Dafne, nel suo mutare,
da quando si sente alloro, desidera che tu sia il vento.
a te si sottrae ciò che esibisce metamorfosi;
lo spirito progettante, che governa la terra, nello slancio
della figura, niente ama più del punto di svolta.
Ciò che si chiude nel restare è già irrigidito;
che s'immagini al sicuro, protetto da umile grigiore?
Aspetta, una forza più dura minaccia da lontano la durezza.
Ahimé: un martello assente si leva per colpire.
Chi si riversa come fonte, Conoscenza lo conosce;
e in estasi lo guida lungo la serena creazione,
che spesso termina con l'inizio e inizia con la fine.
Ogni spazio felice è figlio o discende dalla separazione,
e stupiti lo attraversano. E Dafne, nel suo mutare,
da quando si sente alloro, desidera che tu sia il vento.

0 commenti:
Posta un commento